Il carosello di @angelogreco mi ha portato alla mente un momento che torna spesso.
Una donna entra in palestra. Sguardo basso, spalle chiuse. Non viene per imparare a colpire. Viene perché ha paura. Non di uno sconosciuto — di qualcuno che conosce il suo numero di telefono, le sue password, i suoi orari.
In vent’anni di insegnamento della difesa personale femminile, ho visto cambiare il volto della violenza. Non si presenta più solo con le mani. Oggi arriva attraverso uno schermo.
Minacce, controllo ossessivo, sorveglianza digitale, umiliazione pubblica: sono le armi di una mentalità antica dentro un corpo digitale. Quello che una volta restava tra le mura di casa, oggi può raggiungere ovunque, in pochi secondi, davanti a tutti.
E c’è qualcosa che mi colpisce ogni volta che ci penso: lo stesso smartphone che una donna usa per chiamare aiuto, è lo stesso strumento che il suo aggressore usa per tenerla prigioniera.
Il problema non è mai stato la tecnologia. È che abbiamo costruito strumenti avanzatissimi senza costruire le persone che li usano. Abbiamo auto che si guidano da sole, ma non abbiamo ancora insegnato davvero cosa significa accettare un “no”.
Come istruttore, il mio lavoro non finisce con la tecnica. Finisce quando una donna riesce a guardare in faccia ciò che le sta succedendo — e sceglie di non aspettare oltre.
Perché la vera difesa personale inizia prima. Inizia nel riconoscere il pericolo quando ancora ha la voce bassa.
Le donne che oggi denunciano, che rompono il silenzio, che chiedono aiuto — non sono vittime. Sono le persone più coraggiose che conosco.
#fightforyourlife