
Ottantacinque donne. Dieci mesi. Una ogni tre giorni. Mentre l’Italia si straccia le vesti su questioni terminologiche e giuridiche, il vero scandalo scorre sottotraccia: queste donne avevano spesso già denunciato. Il sistema sapeva. E non ha fatto nulla.
È questa la vera questione che tutti schivano, destra e sinistra: non se il #femminicidio esista come reato autonomo secondo la Legge 181/2025 (art. 577bis c.p.), ma perché un sistema che riceve segnalazioni continua a non intervenire. Mentre i centri antiviolenza sopravvivono con il finanziamento del mese e le denunce restano ferme per mesi, le donne muoiono.
Il dibattito pubblico? Teatro. Da una parte chi nega l’evidenza dei dati, dall’altra chi si indigna a senso unico. Entrambi fanno rumore per non parlare del #problema: cosa sta facendo concretamente chi governa per prevenire queste morti? Invece si discute del nome del reato, non di come evitarlo.
La #difesapersonale? Strumento di consapevolezza, non soluzione magica. Insegnare a una donna a riconoscere il pericolo e a reagire è fondamentale finché la cultura del rispetto resterà un’utopia. Ma è come curare i sintomi ignorando la malattia.
Oltre l’80% di queste donne è stata uccisa in ambito familiare, il 60% dal partner o dall’ex. Non sconosciuti nel vicolo buio, ma persone che dicevano di amarle. Questo non è un omicidio come gli altri. È il fallimento annunciato di un sistema che sapeva e ha distolto lo sguardo.
Il vero femminicidio è l’indifferenza. Tutto il resto è propaganda.
#fightforyourlife



